lunedì 10 ottobre 2011

banda della Magliana





è il nome attribuito a quella che è considerata la più potente organizzazione criminale autoctona che abbia mai operato a Roma. Il nome deriva da quello del quartiere Magliana nel quale risiedevano molti dei componenti. A questo gruppo criminale vennero attribuiti legami con diversi tipi di organizzazioni quali Cosa Nostra, Camorra, 'Ndrangheta, ma anche con esponenti del mondo della politica, della massoneria come Licio Gelli e la Loggia P2, nonché con esponenti dell'estrema destra, quali il professor Aldo Semerari ed alcuni componenti dei Nuclei Armati Rivoluzionari, con i servizi segreti ed anche con settori della finanza vaticana (IOR), in special modo nella persona di Monsignor Paul Marcinkus.
Questi legami, sotterranei rispetto alle normali attività criminose della banda (traffico di droga, sequestri e scommesse ippiche) e spesso non chiariti, hanno fatto balzare il gruppo alle cronache storiche degli anni di piombo, legandone le sorti ad alcuni casi della cronaca nera italiana:
Omicidio di Mino Pecorelli;
Attentato a Roberto Rosone;
Caso Roberto Calvi;
Ritrovamento dell'arsenale custodito nei sotterranei del Ministero della Sanità (in comproprietà con i NAR);
Depistaggi nell'inchiesta sulla strage alla stazione di Bologna.
Inoltre, i rapporti (ancora non chiariti) di alcuni componenti con la scomparsa di Emanuela Orlandi, appendice misteriosa dell'attentato a Papa Giovanni Paolo II, furono solo alcuni dei fatti per cui la Banda della Magliana in un modo o nell'altro è passata al vaglio degli investigatori.
Come si è visto la banda aveva cosi tanti legami che ancora oggi si fa fatica a chiarire in modo preciso chi vi abbia collaborato ed il coinvolgimento della stessa banda in altri omicidi, sequestri, rapine ed altre vicende rimaste sempre poco chiare.
Per quanto riguarda il caso Moro, Ferdinando Imposimato ha sostenut che vi fosse uno stretto legame tra la banda della Magliana ed il SISMI, e segnatamente tra Antonio Chichiarelli, autore del falso comunicato brigatista numero sette che depistò le ricerche al lago della Duchessa, e Giuseppe Santovito, piduista e primo direttore di quel servizio informazioni militare.

Storia

Nascita della banda

Nel 1976 Franco Giuseppucci (detto prima er Fornaretto e in seguito er Negro) - uno dei futuri componenti della banda - era un piccolo criminale del quartiere di Trastevere, che nascondeva e trasportava armi per conto di altri criminali; un giorno, con l'auto carica di armi, si fermò davanti ad un bar per prendere un caffè; fatalità volle che l'auto, una Volkswagen "Maggiolone", gli venisse rubata insieme alle armi contenute nel bagagliaio, appartenenti ad un suo amico, Enrico De Pedis detto Renatino, un rapinatore di Trastevere che, nonostante la giovane età, godeva già di una buona reputazione in seno alla malavita romana.
Giuseppucci riuscì a scoprire l'autore del furto ma le armi erano già state vendute ad un gruppo di rapinatori appena formatosi nel nuovo quartiere romano della Magliana, soliti ritrovarsi in un bar di Via Chiabrera; Giuseppucci decise allora di andare a parlare con quelli di via della Magliana, in particolare trovò Maurizio Abbatino detto Crispino, un giovane rapinatore dal sangue freddo che aveva acquistato le armi. I due, con un atteggiamento insolito nella malavita, si accordarono per compiere alcuni colpi e nel gruppo fecero parte anche De Pedis ed i complici di Abbatino.
Da semplice associazione di delinquenti, il patto prese la forma di una potenziale organizzazione per il controllo delle attività criminose nella capitale, nella quale iniziarono a lavorare anche criminali di altre zone: Marcello Colafigli (detto "Marcellone"), Edoardo Toscano detto l'Operaietto e Claudio Sicilia detto er Vesuviano per le sue origini napoletane e Renzo Danesi (detto "Cabbajo"). Il primo lavoro di una certa rilevanza della banda fu quello che avvenne lunedì 7 novembre 1977, ossia il sequestro del duca Massimiliano Grazioli Lante della Rovere; a causa dell'inesperienza nel settore tuttavia la banda fu costretta a chiedere aiuto ad un altro gruppo criminale, una piccola banda di Montespaccato, ma uno dei suoi componenti per una distrazione si fece vedere in volto dal duca ed, a causa di questo evento, la vicenda si concluse con la morte della vittima del sequestro.
La banda riuscì comunque ad incassare il riscatto (un miliardo e mezzo, contro i 10 della richiesta iniziale) e, fatto altrettanto insolito, invece di suddividere tra loro ed i complici il frutto del riscatto decisero di reinvestirlo in nuove attività criminali, associandosi con altri gruppi: uno del quartiere Tufello, con a capo Gianfranco Urbani, er Pantera, uno di Ostia, con a capo Nicolino Selis, che aveva forti legami con la Camorra, grazie alla conoscenza del boss Raffaele Cutolo avvenuta in carcere, ed i Testaccini, un violento gruppo di Testaccio comandato da Danilo Abbruciati, er Camaleonte.

Nacque così la Banda della Magliana.

La conquista del potere

« "Roma è nelle nostre mani", si dicevano l'un l'altro i nuovi boss, spavaldi e col sorriso sulle labbra, interessati solo ad allargare il controllo sulla città e a entrare in nuovi affari, incuranti di chi ci fosse dietro. La droga poteva arrivare e andare indifferentemente a uomini della mafia, della camorra, della 'ndrangheta, dell'eversione nera, di organizzazioni mediorientali. Agli ex rapinatori cresciuti nelle batterie di quartiere, passati al giro più grosso delle bische e delle scommesse clandestine e diventati in pochi anni impresari di morte attraverso il traffico di droga, non interessava servire ed essere serviti da questa o quella banda. »
(da Ragazzi di malavita di Giovanni Bianconi)
Le ragioni per le quali un gruppo, disomogeneo e sostanzialmente poco numeroso, riuscì a raggiungere per la prima volta il controllo delle attività criminali di una metropoli come Roma è da ricercarsi essenzialmente nei metodi utilizzati dalla Banda della Magliana e, primi tra tutti, gli omicidi; dalla fine della seconda guerra mondiale agli anni settanta infatti, la criminalità romana era divisa in zone all'interno dei vari quartieri; ogni gruppo, la cosiddetta "batteria", era composto da un nucleo di quattro o cinque elementi che si occupava di controllare la propria zona, dove deteneva una sorta di potere esclusivo. La pratica dell'omicidio nella malavita romana non era frequente ma la banda della Magliana, al fine di estendere il suo controllo a tutta la città, introdusse, quando altri metodi si fossero rivelati inutili od inefficaci, la pratica sistematica dell'eliminazione fisica degli avversari, intendendo in questo modo ottenere il risultato ulteriore di intimorire chi avesse voluto interferire con i suoi progetti di crescita, ed uno degli episodi più significativi fu l'uccisione di Franco Nicolini, Franchino er criminale, un delinquente che controllava il mondo orbitante attorno alle scommesse ippiche.
« Eravamo i più potenti, perché eravamo gli unici che sparavano »
La crescita della Banda della Magliana avvenne in modo molto rapido, ed in poco tempo, dalle semplici rapine, le attività si espansero ai sequestri di persona, al controllo del gioco d'azzardo e delle scommesse ippiche, ai colpi ai caveau e soprattutto al traffico di droga, attività per cui era necessario avere un controllo capillare del territorio; la banda infatti estendeva la sua influenza nelle zone di Trastevere-Testaccio, della Magliana, di Portuense-Monteverde-Gianicolense, di Acilia-Ostia, del Tufello e dell'Alberone.La zona di Trastevere-Testaccio era controllata da Danilo Abbruciati, implicato soprattutto nel riciclaggio del danaro sporco, grazie ai suoi rapporti con Flavio Carboni, Roberto Calvi e Francesco Pazienza, e da Domenico Balducci, legato a sua volta al noto mafioso Pippo Calò.La zona della Magliana, Portuense, Monteverde e Gianicolense era sotto il controllo degli uomini di Giuseppucci, in cui militavano personaggi quali Marcello Colafigli, Maurizio Abbatino, Antonio Mancini detto Accattone e Claudio Sicilia.La zona di Acilia-Ostia, era in mano al gruppo di Nicolino Selis, che si avvaleva di uomini come i fratelli Carnovale, Ottorino Addis, Libero Mancone e Gianni Girlando.Nelle zone del Tufello e dell'Alberone infine spiccava la figura di Gianfranco Urbani, anche se il gruppo criminale presentava una minor omogeneità rispetto ai precedenti: Urbani favorì i rapporti con la mafia catanese, tenendo contatti con il clan di Nitto Santapaola, e con la 'Ndrangheta calabrese, grazie alla cosca De Stefano, operante a Reggio Calabria, capeggiata all'epoca dal boss Paolo De Stefano.

Organizzazione

La Banda della Magliana, a differenza di altre organizzazioni criminali ad estensione territoriale quali la Camorra o Cosa Nostra, non presentava un'organizzazione piramidale, non era presente infatti la figura di un "capo", conclamato o delegato, né parimenti era presente una "commissione" in grado di prendere decisioni vincolanti per le diverse zone; la struttura della banda era la costituzione e l'unione di diversi gruppi o batterie, ognuno responsabile della propria zona e disponibile a dividere i proventi delle singole attività con gli altri gruppi della città. I gruppi possedevano tuttavia la "licenza" di agire autonomamente e senza condividere le informazioni sulle rispettive azioni e questa sorta di "dispersione" comportò l'effetto di consentire ad entità esterne di collaborare con la banda, o di ottenerne la collaborazione, e di farne anche uso per scopi che travalicavano il semplice ordine pubblico, quali, come è stato successivamente ritenuto, le branche deviate dei servizi segreti. L'organizzazione dello spaccio degli stupefacenti e la sua diffusione capillare nelle varie zone della città avveniva attraverso una rete di spacciatori di medio livello, denominati cavalli, collegati a loro volta verso il basso alle cosiddette formiche, ossia i piccoli spacciatori, e verso l'alto al referente della banda che si incaricava, dopo avere ricevuto la droga dai canali della criminalità organizzata o dall'estero, di distribuirla al livello inferiore. I proventi del traffico di droga, così come quelli relativi al gioco d'azzardo, alla prostituzione, alle scommesse clandestine, al traffico di armi e di tutte le altre attività criminali in cui la banda era impegnata, erano divisi sempre in parti uguali: tutti i membri ricevevano la cosiddetta stecca, ossia una sorta di dividendo indipendente dal lavoro svolto in quel periodo, che anche i membri detenuti continuavano a ricevere attraverso la famiglia; questo insieme di regole era vincolante per gli appartenenti alla banda ed il non attenervisi avrebbe potuto facilmente costare la vita.
I vari componenti della banda, anche quando il loro livello di vita e di potere crebbe fino ad assumere il controllo della città, continuarono, nonostante possedessero Ferrari o girassero con orologi Rolex al polso, a partecipare personalmente alle attività criminali, rimanendo sostanzialmente degli operai del crimine.

Provenienza geografica dei clan

Gruppo originario di base, quartiere della Magliana

Maurizio Abbatino detto "Crispino" (il "Freddo" della serie TV di Romanzo Criminale)
Edoardo Toscano detto "Operaietto" ("Scrocchiazeppi" della serie TV di Romanzo Criminale), ucciso il 16 marzo 1989.
Marcello Colafigli detto "Marcellone" (il "Bufalo" della serie TV di Romanzo Criminale)
Antonio Mancini detto "L'Accattone" ("Ricotta" della serie TV di Romanzo Criminale)
Claudio Sicilia detto "Il Vesuviano" ("Trentadenari" della serie TV di Romanzo Criminale), punto di contatto e tramite con la camorra di Corrado Iacolare, Michele Zaza e Lorenzo Nuvoletta, ucciso il 18 novembre 1991 dopo essersi pentito ed aver testimoniato contro i suoi ex amici.
Renzo Danesi detto "Er Cabbajo"
Giorgio Paradisi detto "Er Capece"
Enzo Mastropietro detto "Enzetto".
Enrico Nicoletti ("Secco" della serie TV di Romanzo Criminale) ex cassiere della banda, è stato arrestato il 6 luglio del 2011.

Gruppo della zona Testaccio-Trastevere

Franco Giuseppucci detto "Fornaretto" poi "Er Negro" (il "Libanese" della serie TV di Romanzo Criminale), punto di contatto e tramite con i neofascisti: Aldo Semerari e Fabio De Felice; Alessandro Alibrandi, Massimo Carminati, Cristiano e Valerio Fioravanti, ucciso il 13 settembre 1980; dall'omicidio vengono accusati gli esponenti del clan Proietti.
Danilo Abbruciati detto "Er Camaleonte" ("Nembo Kid" della serie TV di Romanzo Criminale), punto di contatto e tramite con la mafia di Pippo Calò, attraverso Domenico Balducci ed Ernesto Diotallevi, ucciso il 27 aprile 1982 a Milano, nel corso dell'attentato al vicepresidente del Banco Ambrosiano Roberto Rosone, al quale Abbruciati aveva appena sparato.
Enrico De Pedis detto "Renatino" (il "Dandi" della serie TV di Romanzo Criminale), ucciso il 2 febbraio 1990.
Raffaele Pernasetti detto "Er Palletta" ("Botola" della serie TV di Romanzo Criminale)

Gruppo di Acilia-Ostia

Nicolino Selis ("Il Sardo" della serie TV di Romanzo Criminale), punto di contatto e tramite con la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo, ucciso il 3 febbraio 1981 dagli ex amici della Magliana; il cadavere non é mai stato ritrovato.
Antonio Leccese, cognato di Selis, ucciso il 3 febbraio 1981 poco dopo l'esecuzione di Selis.
Giuseppe Magliolo detto "Il Killer", amico di Selis, trovato morto il 24 novembre 1981; stava tentando di organizzare la vendetta contro gli assassini di Nicolino.
Giuseppe Carnovale e Vittorio Carnovale detti "Il Tronco" ed "Il Coniglio" (i "Fratelli Buffoni" della serie TV di Romanzo Criminale)
Giovanni Girlando detto "Gianni il Roscio" ("Satana" della serie TV di Romanzo Criminale), ucciso il 25 maggio 1990.
Fulvio Lucioli detto "Il Sorcio" ("Il Sorcio" della serie TV di Romanzo Criminale)
Libero Mancone ("Fierolocchio" della serie TV di Romanzo Criminale)

Gruppo della zona del Tufello-Alberone

Gianfranco Urbani detto "Er Pantera" ("Er Puma" della serie TV di Romanzo Criminale), punto di contatto e tramite con la 'ndragheta calabrese di Paolo De Stefano.
Roberto Fittirillo
Angelo De Angelis detto "Er Catena", ucciso il 10 febbraio 1983 perché sospettato dai suoi amici di "tagliare" la cocaina che doveva vendere per conto della banda.

Clan Proietti

Maurizio Proietti detto "Il Pescetto" ("Maurizio Gemito" della serie TV di Romanzo Criminale), ucciso il 16 marzo 1981.
Mario Proietti detto "Palle D'oro" ("Remo Gemito" della serie TV di Romanzo Criminale), fratello di Maurizio e Fernando, ferito in due diversi agguati, il 12 dicembre 1980 e il 16 marzo 1981.
Fernando Proietti detto "Il Pugile", fratello di Maurizio e Mario, ucciso il 30 giugno 1982.
Enrico Proietti detto "Er Cane", cugino di Maurizio, Mario e Fernando, ferito in un agguato il 27 ottobre 1980.
Orazio Proietti, figlio di Enrico, ferito il 31 ottobre 1980 e poi trovato morto per un'overdose di eroina.
Mariano Proietti, figlio di Enrico, ucciso il 14 dicembre 1982 da elementi e per motivi estranei alla banda della Magliana

I rapporti con l'estrema destra

Professor Aldo Semerari

La presa di potere a Roma della banda della Magliana avvenne durante i cosiddetti anni di piombo, ossia quel periodo che andò dalla metà degli anni settanta all'inizio degli anni ottanta, caratterizzato da un insieme di episodi di estremizzazione politica, quali omicidi e stragi, che insanguinarono l'Italia.
Alcuni dei componenti della banda erano simpatizzanti di destra ed, oltre alle attività di criminalità comune, si legarono a personaggi collusi od attivi nell'area dell'eversione nera ed uno dei primi contatti avvenne attraverso il professor Aldo Semerari, un celebre psichiatra, aderente alla loggia massonica P2, con forti legami con il SISMI e leader del gruppo neofascista Costruiamo l'azione, che, durante l'estate del 1978, organizzò diversi seminari ed incontri politici nella sua villa di Poggio Mirteto a cui parteciparono anche alcuni componenti della banda, quali Giuseppucci, Abbatino ed Alessandro D'Ortenzi, detto "zanzarone", un pregiudicato in rapporti di confidenza con il professore.
Il rapporto con il professor Semerari, nonostante il rifiuto da parte della banda alla partecipazione "diretta" nel campo dell'eversione nera, si occupava di perizie medico psichiatriche miranti a fare ottenere ai componenti della banda, in caso di arresto, condizioni favorevoli di detenzione o scarcerazioni a causa di condizioni di salute inidonee al regime carcerario; tale sodalizio durò fino ai primi mesi del 1982 quando, a causa di vicende legate alla collaborazione del professore con i due lembi della camorra, in quel momento in contrasto, fu ritrovato decapitato ad Ottaviano, in provincia di Napoli, all'interno di un'automobile.

Nuclei Armati Rivoluzionari

Di altra natura fu il rapporto della banda con i giovani di estrema destra, ed in particolare con quei gruppi, aderenti al concetto del cosiddetto spontaneismo armato, tra i quali si trovavano Alessandro Alibrandi, Cristiano e Valerio Fioravanti, Walter Sordi e Massimo Carminati (il Nero di Romanzo Criminale, del film e della serie TV), che costituirono il nucleo dei Nuclei Armati Rivoluzionari; quest'ultimo in particolare era solito frequentare un bar nella zona di Ponte Marconi dove spesso si trovavano anche componenti della banda quali Giuseppucci, Abbatino ed Abbruciati e, da un semplice rapporto di simpatia tra la banda ed il gruppo di giovani di estrema destra del quale Carminati faceva parte, nacque un rapporto di collaborazione reciproca: la banda si incaricò di riciclare il denaro proveniente dalle rapine, con le quali il gruppo si auto finanziava, mentre i neofascisti effettuarono lavori quali la riscossione dei crediti della banda, ed un altro punto in comune tra le due entità fu quello di un comune deposito di armi, sito nei sotterranei del Ministero della Sanità, che avrebbe sollevato pesanti interrogativi sull'omicidio del giornalista Mino Pecorelli.

Omicidio Pecorelli

All'interno del covo nel sotterraneo del Ministero, vengono ritrovate anche cartucce di una marca particolare - Gevelot - difficilmente reperibili sul mercato. Apparentemente non vi era nulla di strano, ma quattro proiettili dello stesso tipo, appartenenti allo stesso lotto e con lo stesso grado d'usura del punzone che marca la punta, vennero utilizzati per un omicidio particolare.
La vittima era Mino Pecorelli, direttore di un'agenzia di stampa specializzata in scandali politici, e del delitto saranno successivamente accusati Giulio Andreotti e Claudio Vitalone, poi assolti.
Al processo emergerà un chiaro coinvolgimento della banda nel delitto, anche se Massimo Carminati, imputato di aver commesso materialmente l'omicidio sarà poi assolto. Dal processo emerse anche - secondo i giudici - «la prova di rapporti tra Claudio Vitalone e la banda della Magliana in persona di Enrico De Pedis». A parere dei magistrati però «gli elementi probatori non sono univoci» e non permettono «di ritenere riscontrata la chiamata in correità fatta nei suoi confronti». Insomma, Vitalone aveva rapporti con l'organizzazione criminale ma non ci furono prove abbastanza evidenti dal punto di vista penale.

Il declino

Il primo, grave contraccolpo all'organismo della Banda avvenne ad inizio anni ottanta, quando si sviluppò una sanguinosa faida all'interno della malavita romana tra questa ed il clan criminale della famiglia Proietti ("La Banda dei Pesciaroli", soprannome derivato dal fatto che questa organizzazione criminale controllava il racket del mercato ittico della capitale).
Vittima eccellente di questa guerra fu Franco Giuseppucci, detto "Er Negro", capo indiscusso della Banda della Magliana, ucciso a Piazza San Cosimato nel quartiere di Trastevere il 13 settembre 1980 con un colpo di pistola, da parte di esponenti del Clan della famiglia Proietti, detti i pesciaroli per via della loro attività commerciale, una famiglia molto numerosa e molto vicina a quel Franchino er Criminale, (Franco Nicolini), abbattuto dai componenti della Magliana all'Ippodromo di Tor Di Valle il 25 luglio 1978. L'eliminazione del Nicolini permise a Giuseppucci di assumere il controllo del racket delle scommesse clandestine in provincia di Roma, sia all'ippodromo, che al cinodromo. Esso rappresentò il primo atto della scalata da parte della Banda della Magliana per raggiungere il vertice incontrastato della gestione malavitosa della capitale.
All'inizio la morte di Er Negro fu un pretesto per scatenare una guerra contro il clan dei pesciaroli (con gravissime perdite riportate da parte del clan Proietti) la quale segnò però l'inizio della disgregazione della Banda: da quel momento i due gruppi prevalenti - i Testaccini di Abbruciati e De Pedis da una parte, quelli della Magliana guidati da Abbatino dall'altra - entrarono in una fase di continua tensione, stante comunque la predominanza sul piano affaristico dei Testaccini.
Infatti, mentre alcuni esponenti della banda, come Maurizio Abbatino ("Crispino") e Nicolino Selis iniziano a litigare per raccogliere l'eredità del defunto Giuseppucci, Danilo Abbruciati ed Enrico De Pedis, che mai si erano integrati appieno nell'organico dell'organizzazione criminale, iniziarono a stringere rapporti molto più stretti con Cosa Nostra. Il risultato fu che la struttura della Banda della Magliana, fino al 1980 impermeabile e monolitica, si sfaldò strada facendo fino all'innesco di una vera e propria faida fratricida al proprio interno, i cui punti salienti vengono qui di sèguito elencati. Si tenga anche presente che mentre il troncone originario della Magliana era in affari con Stefano Bontate, il troncone dei testaccini - senza preoccuparsi di avvisare il resto della banda - già alla fine del 1980, si era alleato al clan mafioso dei corleonesi, nemici giurati di Bontate. Anche gl'interessi dei due rami della banda oramai divergevano: mentre i testaccini fecero il salto di qualità entrando nel racket dell'alta finanza, i membri della magliana rimasero a gestire le attività illecite basilari (prostituzione, stupefacenti, usura, rapine, rapimenti e corse clandestine). Inoltre, gl'interessi criminali della banda erano divenuti oramai troppo ramificati per poter esser sèguiti tutti con la dovuta cura. L'organizzazione era troppo vasta, tale da sfuggire al controllo dei suoi capi.
Il 3 febbraio 1981 viene ucciso Nicolino Selis, che contendeva a Maurizio Abbatino lo scettro di erede di Giuseppucci. La morte di Selis, ucciso da alcuni membri della banda stessa, innescherà il pentimento di Fulvio Lucioli, il vice di Selis e provocherà la prima ondata di arresti che si abbatterà sull'organizzazione criminale.
Il 23 aprile 1981, su ordine di Giuseppe Calò e di Salvatore Riina, viene ucciso il boss mafioso Stefano Bontate. E' l'inizio d'una sanguinosissima guerra di Mafia, che priva la magliana dei suoi referenti, mentre i testaccini vedono i propri esponenti mafiosi proiettati ai vertici di Cosa Nostra.
La sera del 16 ottobre 1981, all'insaputa del resto della banda, Abbruciati e De Pedis, crivellano di colpi il noto usuraio Domenico Balducci mentre stava rincasando. Balducci, noto come "Sor Memo", oppure come "Il cravattaro di Campo de' Fiori", gestiva il racket dell'usura per conto dei Corleonesi dal suo negozio di elettrodomestici in Campo de' Fiori, ove aveva esposto in vetrina un eloquente cartello che recitava "Qui si vendono soldi". Era amico intimo del boss Giuseppe Calò fin dalla metà degli anni cinquanta, ma si permise di trattenere per sè, nell'estate del 1981, una cifra su quanto doveva versare al boss, il quale commissionò ai testaccini la sua vendetta. Ne seguì un litigio acceso tra Abbruciati ed Abbatino che rinfacciava al testaccino di perseguire propri scopi personali al di fuori dell'interesse comune della banda. In pratica, ai testaccini veniva rivolta l'accusa di esser dei traditori che mettevano in pericolo i compagni unicamente per proteggere gli affari dei Corleonesi.
Nel corso del 1981, Roberto Calvi, il presidente del Banco Ambrosiano, che versava in gravi difficoltà, si rivolse per un aiuto a Flavio Carboni, un faccendiere amico di Giuseppe Calò e di Abbruciati. In questa sua azione venne osteggiato dall'integerrimo vicepresidente dell'istituto di credito, Roberto Rosone, che si oppose energicamente alla concessione di un prestito di denaro a Carboni per conto dello IOR. Carboni informò Calò dell'accaduto e questi incaricò Abbruciati di gambizzare Rosone per avvertimento.
Nell'aprile del 1982 Abbruciati si incaricò - sempre tenendo all'oscuro di tutto i suoi compagni della Magliana - di eseguire un atto di intimidazione a danno del vicepresidente del Banco Ambrosiano, Roberto Rosone: giunto in treno a Milano da Roma il 26 aprile, il giorno seguente (27 aprile) attese la sua vittima sotto casa, e quando questi uscì verso le 08.05 di mattina, assieme con un compagno in motocicletta che gli faceva da "palo", affrontò Rosone. La sua arma inizialmente si inceppò; poi il malvivente riuscì comunque a gambizzare il banchiere ed il suo autista, ma durante la fuga in moto venne freddato alle spalle da alcuni colpi di pistola esplosi da una guardia giurata. Abbruciati non era molto stimato all'interno della Banda della Magliana: era considerato un avventuriero ed uno che seguiva unicamente il suo tornaconto personale. Fino al 1976 era stato legato al famigerato Clan dei marsigliesi, sgominato dalle Forze dell'Ordine, e venne associato alla Banda della Magliana solamente nel 1979 per intercessione del suo amico Giuseppucci. Abbruciati aveva il sogno di dominare l'alta finanza con la complicità dei Corleonesi, ma quest'azione in cui trova la morte potrebbe risultare assai pericolosa per la banda malavitosa. A questo punto, Maurizio Abbatino decide di regolare definitivamente i conti con la fazione dei testaccini, gli ex alleati, i quali - con la scomparsa di Abbruciati - sono ora capeggiati da De Pedis.
Sempre più compromesso con mafiosi (Calò) e massoni (Gelli, Pazienza), De Pedis si ritrovò solo nel conflitto che ormai lo contrapponeva a Crispino. Gran parte degli esponenti della banda erano dalla parte, infatti di Abbatino.
Nell'estate del 1983, Fulvio Lucioli detto "Er sorcio" e Claudio Sicilia "Vesuviano", essendo stati legati all'ala di Selis, eliminato da Abbatino, si sentono in pericolo e fanno perdere le loro tracce. Si presentano la mattina del 15 ottobre al commissariato di Polizia e chiedono di poter collaborare con la Giustizia. Le loro confessioni vengono raccolte da un Pubblico Ministero e con un Commissario della narcotici. Nel carnet della banda ci sono 15 omicidi, 10 tentati omicidi, un numero infinito di rapine, quintali di droga comprati e venduti, tonnellate di armi. Ma - soprattutto - ci sono legami con politici, cardinali, la Massoneria, l'Opus Dei, l'alta finanza di Roberto Calvi e di Michele Sindona, la criminalità organizzata (Mafia, Camorra, 'Ndrangheta), i Servizi Segreti, il terrorismo di qualsiasi matrice (NAR, Prima Linea, Brigate Rosse). Sicilia, ritenuto dagl'inquirenti poco attendibile, e quindi lasciato senza scorta, verrà ucciso da due sicari il 18 novembre 1991 dopo due precedenti tentativi falliti. Lucioli testimonierà sulla Strage di Bologna ed ora è libero cittadino. In base alle loro testimonianze, il 15 dicembre 1983 scatta una imponente retata che si abbatte sulla Banda della Magliana. In pochi scampano all'arresto, tra questi De Pedis ed Abbatino, oramai nemici irriducibili.
Mentre i capi dell'organizzazione e diversi aderenti ad essa venivano arrestati e condannati in tribunale, uno di essi, il falsario Antonio Chichiarelli detto Tony - già coprotagonista di risvolti inquietanti dei delitti Moro e Pecorelli - pianificò ed attuò una spettacolare rapina al deposito blindato della Brink's Securmark, che fruttò ai criminali un bottino di diversi miliardi di lire (il Chichiarelli stesso lasciò poi sul luogo del delitto alcuni oggetti che richiamarono l'attenzione degli inquirenti sugli omicidi Moro, Pecorelli e Varisco). Il falsario però non ebbe il tempo di godersi il frutto del proprio atto criminoso, in quanto un killer rimasto ignoto lo uccise con nove proiettili pochi mesi più tardi (28 settembre 1984).
Colpita al cuore dagli omicidi e dal lavoro della magistratura, la Banda della Magliana si avviò verso il tramonto: mentre De Pedis andava incontro al suo tragico destino (2 febbraio 1990), si segnalarono i primi casi di pentitismo, con le defezioni di Abbatino, di Antonio Mancini e di Fabiola Moretti (ex donna di Abbruciati, specialista dell'organizzazione nella raffinazione e qualificazione dei narcotici).
Sopravvissuto alla sanguinosa faida scaturita dopo la divisione della Banda tra il gruppo dei Testaccini e quello della Magliana e fuggitivo dal 20 dicembre 1986 dopo l'evasione da una clinica dell'EUR (dove si era fatto ricoverare per un tumore avanzato), Abbatino era scappato in Venezuela dove cercò di rifarsi una vita. Gli uomini della Squadra Mobile romana e della Criminalpol l'avevano individuato da tempo in terra sudamericana, ma la telefonata decisiva la intercettarono la sera di capodanno e neanche un mese più tardi, il 24 gennaio 1992, lo arrestarono a Caracas all'uscita di un locale notturno. Subito avviarono le pratiche per il trasferimento del boss in patria e il 4 ottobre di quell'anno Abbatino fu espulso dal Venezuela, preso in consegna dagli uomini della Squadra Mobile e riportato in Italia. Ad attenderlo all'aeroporto di Fiumicino c'era un notevole spiegamento di forze dell'ordine che presidiava la pista. Grazie al pentimento di Abbatino il 16 aprile 1993 scatta una gigantesca operazione di polizia denominata "Operazione Colosseo" che vede il fermo di 55 persone, decimando così la più feroce holding criminale che Roma abbia mai conosciuto. Le sue confessioni hanno in gran parte confermato quelle precedenti di Fulvio Lucioli e Claudio Sicilia e sono state il punto di partenza di un nuovo maxiprocesso ai "bravi ragazzi" degli anni settanta e ottanta.
Anche il clan dei corleonesi, tra il 1985 ed il 1994 è stato decimato dagl'arresti, tra i quali spiccano quelli di Calò e di Riina.

La sepoltura di Enrico De Pedis

L'ultimo capo della Banda della Magliana, Enrico De Pedis, detto Renatino, muore il 2 febbraio 1990. Ultimo grande boss della gang romana, trasteverino puro sangue, proprietario di note trattorie, Renatino fu ucciso in pieno giorno in via del Pellegrino, tra la folla del mercato di Campo de' Fiori. Tumulato inizialmente al Cimitero del Verano, fu poi sepolto in grande riservatezza, il successivo 24 aprile, nella Basilica di Sant'Apollinare, dove si era sposato nel 1988. Soltanto nel Luglio del 2005 grazie ad una telefonata anonima alla trasmissione "Chi l'ha visto?" (Rai Tre) che disse «Riguardo al caso di Emanuela Orlandi per trovare la soluzione del caso andate a vedere chi è sepolto nella cripta della Basilica di Sant'Apollinare e del favore che Renatino (Enrico De Pedis) fece al cardinal Poletti e chiedete alla figlia del barista di via Montebello che anche la figlia stava con lei......con l'altra Emanuela». Poco tempo dopo andò in onda un servizio della giovane reporter Raffaella Notariale, inviata speciale per la trasmissione "Chi l'ha visto?" (Rai Tre), furono resi pubblici i documenti originali e le foto del sarcofago sistemato nel sotterraneo della Basilica di Sant'Apollinare confermando quanto detto dalla telefonata anonima. La notizia dei documenti originali, mai visti prima, lanciò la stagione televisiva del programma facendone la fortuna. A Renatino i soldi non mancavano: con l'operazione "Colosseo" la polizia sequestrò ai boss della Magliana ottanta miliardi di beni mobili e immobili, un fiume di denaro sporco, frutto di riciclaggio del traffico di armi e droga, poi reinvestito in affari e appalti resi possibili dagli appoggi politici, di alto livello.
Pur sposato, Renatino è stato legato per lungo tempo a una donna, Sabrina Minardi che, intervistata da Raffaella Notariale e poi interrogata dalla Procura, ha permesso di legare a doppio filo la vicenda Orlandi alle malefatte della holding criminale.

Gli ultimi fuochi

Il 4 giugno 2009 scompare anche l'ultimo dei personaggi di spicco della Banda della Magliana: nelle prime ore della sera, ad Acilia, nella periferia di Roma, viene assassinato Emidio Salomone, 55 anni, da due uomini in moto che gli sparano due colpi di pistola al volto, davanti ad una sala giochi di via Cesare Maccari[. Gli eredi della Banda della Magliana sono stati segnalati a Ostia. Antonio D'Inzillo - ritenuto colui che uccise Enrico De Pedis, - fu bloccato dall'Ucigos della polizia il 22 maggio 1992 mentre si trovava a casa di Gennaro Mokbel, che per questo fu denunciato.
L'ergastolo inflitto al D'Inzillo non fu però eseguito per la successiva sua fuga all'estero; nell’ordinanza del gip Aldo Morgioni si sostiene che sia proprio Mokbel che ancora oggi paga le spese della latitanza di D’Inzillo in Africa. Questa branca della banda si varrebbe di antiche interrelazioni con la 'Ndrangheta ed avrebbe avuto una propria piattaforma politica denominata «Partito federalista», con sedi in diversi municipi del Comune di Roma,

La banda oggi

Si ritiene che la Banda della Magliana sia, nonostante gli arresti ed i morti, ancora attiva ed alcuni fatti di cronaca sembrano avvalorare tali opinioni.
Antonio Mancini, detto Nino l'accattone affermò che: "la Banda della Magliana esiste ancora; ha usato e continua ad usare i soldi di chi è morto e di chi è finito in galera; non ha più bisogno di sparare, o almeno, di sparare troppo spesso". Della stessa opinione è il generale dei carabinieri Tomasone, secondo cui la banda è ancora attiva ma ha cambiato abitudini e modo di agire. Nel settembre del 2010 la Squadra Mobile di Roma eseguì una vasta operazione, arrestando 11 persone e sottoponendo ad indagini altre 23, per i reati di truffa, usura, estorsione e riciclaggio di denaro. Tra i coinvolti vi sono ex esponenti della banda quali Enrico Nicoletti, un tempo il cassiere della banda.. Nell'ottobre del 2010 la Polizia di Roma e di Caserta arrestò 7 persone mentre stavano per svaligiare il caveau di una banca nel centro di Caserta e, tra gli arrestati, figurò il pluripregiudicato Manlio Vitale detto Er Gnappa, ex esponente della banda ed amico di Enrico De Pedis. Il 5 luglio 2011, il trentatreenne Flavio Simmi è stato ucciso in un agguato in pieno giorno in via Grazioli Lante, nel quartiere Prati, nel centro di Roma. L'uomo era stato gambizzato pochi mesi prima, nel febbraio dello stesso anno. Il padre, Roberto Simmi, venne arrestato nel 1993 nell'ambito dell'Operazione Colosseo perché ritenuto legato al nucleo storico della Banda della Magliana e con l'accusa di riciclaggio. Il suo coinvolgimento fu segnalato da Maurizio Abbatino, ma Simmi fu poi scagionato. Il 6 luglio 2011 Enrico Nicoletti viene arrestato con l'accusa di "associazione a delinquere finalizzata alla commissione di millantato credito, truffa, usura, falso, riciclaggio e ricettazione" nell'ambito di una operazione anti-usura e anti-riciclaggio.

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